martedì 17 giugno 2008

Gli inglesi vanno pazzi per il vento italiano

Rinnovabili Anno d’oro per l’eolico, la potenza è cresciuta del 28%




Il gruppo britannico International Power è diventato il primo operatore.

Dall’Enel ai privati, ecco i piani futuri

L’Italia viaggia con il vento in poppa: il 2007 è stato un anno da record per l’eolico, la più remunerativa delle energie pulite. Con 602 megawatt installati, l’anno scorso il parco eolico italiano è cresciuto del 28%. E il 2008 si annuncia ancora più fruttuoso, con una potenza aggiuntiva stimata di 8-900 megawatt.

L’industria italiana è in corsa per accaparrarsi le postazioni migliori: là dove il vento soffia a 15 metri al secondo, sulle aspre montagne irpine e sulle serre della Sila o sulle coste della Sicilia e della Sardegna, il fior fiore della finanza fa la fila per investire.

Tutti pronti a convincere i contadini a cedere il loro avamposto più turbinoso, a intercettare i «facilitatori» di pratiche meglio inseriti con le amministrazioni locali, a prospettare piogge di royalties sulle comunità. Ma per ora sono gli inglesi di International Power a vincere la partita dell’eolico in Italia.

All’inizio di quest’anno, in complesso, la potenza installata nelle fattorie del vento italiane ha toccato i 2.725 MW. Di questi, solo nel 2007 ne sono stati installati 602 tra Puglia, Sicilia, Campania, Calabria e Molise. Un risultato che colloca l’Italia al quarto posto nella classifica europea, dopo la Germania, la Spagna e la Danimarca. Ma il meglio deve ancora venire. Le previsioni relative al 2008, sulla base delle richieste di autorizzazione in corso, indicano una potenza eolica aggiuntiva di 8-900 megawatt, salvo blocchi ambientalisti.

L’eolico, infatti, è ancora al centro di furiosi bisticci. Da un lato c’è chi — come Legambiente o Greenpeace — lo considera la nuova panacea per affrancare l’Italia dalla schiavitù del petrolio. Dall’altro c’è chi — come Italia Nostra — lamenta gli inestetismi delle pale, «brutte» sullo sfondo delle dolci colline toscane o sulle coste della Sardegna. Malgrado le resistenze, nell’eolico investono un po’ tutti. L'Enel, campione mondiale delle rinnovabili con oltre 19.000 MW di potenza idroelettrica, eolica, geotermica e solare, va a caccia di pale sia in Italia sia all’estero, dalla Francia alla Grecia. Per la conquista di Enertad (132 MW eolici, ma punta a raggiungere i 350 in due anni) è scesa in campo la Erg dei Garrone, impegnandosi in una partita molto combattuta contro la Alerion di Giuseppe Garofano. Nell’eolico hanno investito i Moratti con la Sardeolica, la Api dei Brachetti Peretti, il gruppo Falck, che sogna di installare una «dorsale del vento» dall’Inghilterra all’Italia fino al Marocco, e anche il gruppo De Benedetti con Sorgenia. La spagnola Iberdrola ha già iniziato lo shopping da noi. Ma il primo operatore eolico italiano è un colosso energetico inglese attivo nei cinque continenti, con una capitalizzazione di Borsa di 9 miliardi di euro e una potenza installata di circa 31.000 MW, di cui 1.232 di eolico. International Power ha da poco rilevato per 868 milioni di euro i 562 megawatt eolici ex-Ivpc, la società dell’avvocato avellinese Oreste Vigorito, re dell’eolico made in Italy.

Ora la nuova società, rinominata IP Maestrale e guidata da Marco Ferrando, punta al raddoppio entro il 2012. Il punto di partenza sono quattro parchi eolici già in fase di realizzazione (91 MW) sparsi tra Basilicata, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Il boom dell’eolico, d’altronde, non è solo un fenomeno italiano. Nel 2007, a livello globale, l’incremento registrato da questa fonte energetica è stato del 27%, con un balzo degli Stati Uniti di 5,2 gigawatt, seguiti dalla Spagna (+3,5 GW) e dalla Cina (+3,4 GW). Il giro d'affari globale di questo mercato supera ormai i 25 miliardi di euro. In Europa, l’incremento del 18% ha consentito di raggiungere i 56,5 GW installati. Buono anche il confronto con le altre fonti, visto che l’anno scorso l’eolico ha totalizzato il 40% delle nuove installazioni nella Ue. Dal 2000 sui 158 GW complessivamente installati nell’Unione europea, 47 sono eolici, 88 a gas, 9,6 a carbone, 4,2 a olio combustibile, 3,1 idroelettrici, 1,7 a biomasse e 1,2 nucleari.







*** ke ne pensate !?!!?!?

La favola atomica



Ministri, politici e Confindustria ripetono che dall'energia nucleare si può trarre energia abbondante, tanto da liberarci dalla schiavitù del petrolio e del gas, energia pulita, tanto da contrastare l'incubo del cambiamento climatico, energia a prezzi ben più limitati, tanto da ridar fiato alla nostra stanca economia. Tutto ciò è una favola, non ha alcun fondamento scientifico razionale: non poco o tanto discutibile, semplicemente inesistente. Tanto che sorge una domanda ingenua: è possibile che ministri, politici e industriali possano proclamare tante assurdità senza che un tecnico amico gli suggerisca qualche dato?Basterebbe guardare gli altri paesi nucleari: forniscono un quadro di crisi dell'energia nucleare, documentata dai rapporti dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (Aie) e, in particolare, dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) delle Nazioni Unite.L'energia nucleare abbondante. Di che parliamo? Oggi essa copre il 6,4% del fabbisogno mondiale di energia, e di uranio fissile, a questo ritmo modesto di impiego, secondo il rapporto Aiea del 2001 ce n'era per 35 anni. Certo, si potrebbe ricorrere all'uranio 238, ben più abbondante in natura: si tratta di un tipo di uranio non fissile, ma attraverso il processo di cattura di un neutrone, si puo trasformare in plutonio, materiale fissile, anzi ingrediente principale per le bombe. Materiale dunque ad alto rischio di proliferazione militare e anche sanitario: un milionesimo di grammo è la dose che può essere letale per inalazione. La Francia, che aveva perseguito con decisione questa strada, l'ha abbandonata col venir meno dell'urgenza strategica della force de frappe. La questione delle scorie radioattive provenienti dalla fabbricazione e dall'impiego del combustibile nucleare. Solo per l'Italia, con il suo modesto passato nucleare, si tratta di un centinaio di migliaia di metri cubi, da sistemare in modo che non vengano più a contatto - per «ere» intere - con l'ambiente, la falda idrica, tutti noi. Oggi non c'è soluzione. Si era fatto molto affidamento - anche per Scanzano - sulle strutture geologiche saline, fidando sul carattere idrorepellente: l'acqua è un temibile avversario per la sua capacità di fessurazione di qualsiasi contenitore e conseguente messa in circolazione dei materiali radioattivi. La fiducia è crollata qualche anno fa, quando, nel corso della messa a punto del deposito Wipp del New Mexico, l'acqua ha fatto irruzione là dove non ci si sarebbe aspettati di trovarla e, inoltre, si è anche ipotizzata la possibile circolazione d'acqua a causa dell'insediamento di materiali ad alta temperatura (a causa della loro radioattività) con conseguente alterazione delle condizioni di stabilità geologica. Oggi si spera nelle rocce argillose e la Francia indirizza a queste strutture geologiche la sua ricerca.Ma allora quanto costa il kilowattora, in una situazione nella quale il ciclo del combustibile nucleare è tutt'ora materia di ricerca fondamentale?E si torna alla complessità di una tecnologia che ripropone il problema della radioattività, l'insoluta sfida che conosciamo dal 1896, con la scoperta di Becquerel. E' questo in definitiva il fattore che ha fatto lievitare il costo dell'energia prodotta, man mano che le popolazioni (e i lavoratori) statunitensi chiedevano standard di protezione sempre più elevati.Vorremmo ricordare a ministri, politici e Confindustria che tutt'ora il danno sanitario da riadioazioni non ammette soglia al di sotto della quale non c'è rischio: dosi comunque piccole - questa è la valutazione della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Ionizzanti - possono innescare i processi di mutagenesi che portano al danno somatico (tumori, leucemia) o genetico. Da qui la lievitazione dei costi per la riduzione di rilasci di radiazioni, si badi, in condizioni di funzionamento di routine, degli impianti. E, a maggior ragione, la questione della sicurezza da incidenti.Nasce da tutto questo il progressivo abbandono del nucleare civile, che dal 1978 diviene totale per gli Usa e all'inizio degli anni '90 per tutti i paesi Ocse (con la sola eccezione del Giappone), Francia compresa. Di qui il consorzio di ricerca guidato dagli Stati Uniti, Generation IV, che proclama la messa a punto di un reattore che si vorrebbe più sicuro, che usi con maggior efficienza l'uranio, non proliferante e che dovrebbe costare di meno. Il prototipo non è atteso prima del 2025, ma il premio Nobel Carlo Rubbia giudica già insufficiente il programma.In questo quadro è incredibile parlare di energia pulita e poco costosa: il Department of Energy situa a 0,06 euro il prevedibile costo del kWh al 2010 e vien da sorridere se si pensa al costo del vento e alla sua formidabile espansione, altro che nucleare, su scala mondiale.Certo, le imprese elettromeccaniche devono pur lavorare e forniscono impianti per esempio a Cina e India, ma continuano a non piazzarli in casa: solo gli enormi incentivi del provvedimento di Bush fanno dire alla Exelon, una delle principali elettriche Usa, che, in virtù di quegli incentivi, partiranno un paio di impianti entro il decennio, ancora di terza generazione, come di terza generazione è quello che si annuncia in Francia in mancanza di meglio.





È questo che ci propongono Governo, politici e industriali? Attendiamo chiarimenti.




a cura di : Gianni Mattioli; Massimo Scalia

lunedì 16 giugno 2008

Energia nucleare? Un’ipotesi sorpassata

Riduzione delle scorte e rischio terrorismo spingono verso altre soluzioni





Solamente le fonti rinnovabili garantiscono durata illimitata



Quando, in un perfetto esempio di serendipity, come direbbero gli inglesi, per puro caso il fisico francese Becquerel scopri nel 1896 il fenomeno della radioattività, difficilmente avrebbe potuto immaginare che le sue applicazioni avrebbero cambiato la nostra visione del mondo e il modo di fare la guerra. Nel giro di soli 49 anni ne derivò il più potente ordigno di distruzione mai concepito dall’uomo: la bomba atomica. Nel periodo tra quelle due fatidiche date, lo sforzo di chimici, fisici e matematici permise di comprendere fin nei più minuti dettagli la realtà più intima della materia, la sua costituzione elementare, le forze che la plasmano, cambiando nel contempo anche la visione del mondo, grazie alla rivoluzionaria teoria quantistica (che ancora oggi lascia filosoficamente perplesse molte persone, assai più della Relatività di Einstein).Il passo essenziale verso la Bomba fu la scoperta della fissione, avvenuta nel 1938 ad opera di scienziati che operavano nella Germania nazista. Si era allora alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Nella fissione, se colpiamo con delle particelle opportune (i neutroni) i nuclei di certi atomi, questi possono spaccarsi, liberando grandi quantità di energia, centinaia di milioni di volte più elevate di quelle emesse nella più potente reazione chimica (un chilo di uranio del tipo 235, che si presenta come un pezzo di metallo grande circa come un pacchetto di sigarette, può emettere tanta energia quanto la combustione di dieci carri ferroviari di carbone).Questa scoperta aprì la strada alla realizzazione al nuovo tipo di bomba. Per impedire che questo ordigno potesse diventare appannaggio di Hitler, gli americani intrapresero un titanico sforzo scientifico-industriale (noto come progetto Manhattan) che culminò con la distruzione di Hiroshima e Nagasaki.

Al conflitto mondiale seguì la Guerra Fredda, nella quale USA e URSS produssero un numero sovrabbondante di bombe nucleari (varie decine di migliaia di ordigni ciascuno). Contemporaneamente venivano realizzati sistemi nucleari di propulsione navale ed è proprio da questi reattori che derivarono in maniera diretta le centrali nucleari civili per la produzione di elettricità (la prima fu inaugurata nel 1954 in URSS nella località di Obninsk). Si noti che solo il fatto che tutte le spese di ricerca e sviluppo fossero già state coperte con fondi militari rese possibile costruire questi impianti civili, che altrimenti sarebbero costati uno sproposito e mai avrebbero visto la luce.Gli anni successivi furono caratterizzati, all’est come all’ovest, da una fase di “entusiasmo nucleare”, in cui i propugnatori dell’atomo videro in esso la fonte energetica ideale, capace di risolvere molti problemi dell’umanità.


Fino alla fine degli anni ‘80 il numero di impianti nucleari crebbe rapidamente, per poi rimanere pressoché stazionario a seguito del calo del prezzo del petrolio in termini reali, per la praticità di realizzare centrali a gas e anche per la grande impressione destata nell’opinione pubblica dal disastro di Chernobyl del 1986.Un anno dopo, sull’ondata emotiva dell’incidente, si tenne in Italia un referendum che sancì il nostro abbandono dell’atomo. In anni recenti vari esponenti politici e scientifici hanno riproposto il nucleare come fonte utile a fronteggiare le esigenze della nostra società, senza aggravare le emissioni di anidride carbonica in atmosfera, come richiesto da Kyoto.Ricordiamo qui i principali punti a favore e contro un ipotetico ritorno a questa fonte. Tra gli aspetti positivi c’è senza dubbio da ricordare la piccola quantità di combustibile nucleare necessario per far funzionare una centrale e la presenza sul mercato internazionale di diversi fornitori affidabili di uranio (il combustibile dei reattori), ciò che rende possibile per i paesi utilizzatori avere ingenti scorte ed essere meno vulnerabili a cartelli, sommovimenti politici, ecc.Il combustibile è oltretutto piuttosto economico, incidendo percentualmente poco sul costo finale dell’energia prodotta, che risulta concorrenziale con quella generata da altre fonti. L’esperienza maturata sinora con gli oltre 400 reattori in attività nel mondo, pochi dei quali hanno presentato incidenti dalle gravi conseguenze sulla popolazione, permette di affermare che si tratta di una tecnologia relativamente sicura.Restando le cose come oggi, la durata delle riserve di uranio è tale che i reattori potranno venire alimentati per un periodo di almeno 50 anni. Questa durata potrebbe poi crescere notevolmente se si intraprendesse la strada (tecnicamente, ma soprattutto politicamente ardua) della autofertilizzazione, che renderebbe utilizzabile quella gran parte dell’uranio (l’isotopo 238) che non viene impiegato nei reattori attuali. Il nucleare presenta però anche tutta una serie di punti deboli, tra i quali la durata lunghissima dei frammenti di fissione fortemente radioattivi presenti nel combustibile irraggiato.Sostanze assai pericolose, le cui quantità non sono per fortuna enormi, devono essere tenute isolate dalla biosfera per decine di migliaia di anni. Un problema tecnico che resta gigantesco, sebbene si possano nutrire speranze che una soluzione soddisfacente sia raggiungibile.Poco chiari sono inoltre i costi del cosiddetto decommissioning, il processo di messa in sicurezza e smantellamento dell’impianto alla fine della sua vita utile, che implicano operazioni delicate. Costi senz’altro rilevanti che potrebbero portare a un considerevole aumento del costo dell’elettricità prodotta, se si volesse includerli nel prezzo del chilowattora anziché esternalizzarli.Nell’attuale clima di rischio terroristico (reale o presunto) è poi chiaro che la presenza su di un territorio di un impianto in cui sono presenti in quantità sostanze assai pericolose risulta di difficile accettazione da parte della popolazione locale, rispetto ad un altro impianto che al massimo potrebbe venir sabotato o distrutto ma senza produrre un inquinamento pesante e duraturo di ampie aree. Un difetto intrinseco delle centrali nucleari, così come sono progettate oggigiorno, è la loro taglia, in generale piuttosto grossa, vicina al gigawatt.Questa concentrazione della produzione energetica crea la necessità di mantenere (o creare, nel caso di paesi in via di sviluppo) costose reti di distribuzione e inoltre rafforza un processo piuttosto negativo da un punto di vista sociale, quello di deresponsabilizzazione delle comunità e degli individui, che si preoccupano dell’energia solo nel caso in cui un impianto interessi direttamente il loro territorio, altrimenti consumando in modo spesso irresponsabile, con la sola preoccupazione del “peso” della bolletta e invece un totale disinteresse nei confronti dei problemi ambientali, sociali, macroeconomici e di relazioni internazionali (guerre per l’energia).Le durata inferiore al secolo delle riserve di uranio (nel caso dell’impiego esclusivo dei reattori attuali) non appare poi così significativa e strategicamente risolutiva, dovendosi in ogni caso ricorrere nel giro di un paio di generazioni ad ulteriori fonti energetiche, specie quelle rinnovabili, che sole danno la garanzia di una durata illimitata.Quindi tanto varrebbe impegnarsi a fondo ora, con uno sforzo concentrato, per svilupparle e implementarle. Ma il problema più spinoso da affrontare nel caso della scelta energetica nucleare è quello delle prospettive di proliferazione nucleare militare.


Le conoscenze, ma soprattutto le tecnologie relative al ciclo del combustibile nucleare (arricchimento dell’uranio e riprocessamento del combustibile irraggiato) si prestano ad una facile ed immediata diversione a fini bellici. In particolare, se un impianto di arricchimento dell’uranio per l’impiego nei reattori ad acqua leggera (cioè fino a valori di circa il 4 %) impiegasse un tempo t per raggiungere il suo scopo, per aumentare la percentuale di uranio 235 sino ai livelli necessari per le bombe nucleari (circa 95%) esso dovrebbe essere fatto funzionare solo per un limitato tempo extra (nel nostro esempio 1,5 t).
Ecco spiegata l’enfasi con cui attualmente i paesi occidentali cercano di impedire all’Iran di realizzare un proprio impianto di arricchimento a fini civili; ci vuole solo una decisione politica perché da quell’impianto possa uscirne un giorno il materiale per realizzare una bomba atomica del tipo di quella di Hiroshima (il cui assemblaggio, ricordiamolo,è un gioco da ragazzi).Se non si desidera vedere il mondo riempirsi di nazioni dotate di bombe atomiche, la strada quasi obbligata è quella di rinunciare all’opzione energetica nucleare, per quanto questo possa risultare spiacevole per chi ritiene che questa fonte sia un utile strumento di sviluppo.
A nostro parere, soppesati i pro e i contro, e in una prospettiva di modello di sviluppo a misura d’uomo, quanto più possibile in equilibrio con l’ambiente che ci circonda, attento ai bisogni delle nazioni povere, sarebbe il momento di avviare a livello internazionale una specie di “Progetto Manhattan” sulle energie rinnovabili e sull’efficienza, ponendosi una volta per tutte sul binario di un sistema energetico di durata indefinita, non concentrato, “soft” piuttosto che “hard”.Sono indispensabili forti investimenti, capacità di progettazione tecnica, ma soprattutto condivisione di un ideale, leadership, una visione capace di delineare un futuro migliore.
Utopia?
Forse no, se guardiamo agli sviluppi dell’ultimo decennio in paesi europei come la Germania, ma non solo.






tratto da : mirco elena

venerdì 13 giugno 2008

Le fonti rinnovabili: da alternativa verde a necessità energetica


La vita ha bisogno di “energia”, energia che arriva a noi dal Sole sotto forma di radiazione elettromagnetica (calore+luce): la grande macchina della natura è alimentata dall’energia.

La “macchina” della società umana, al pari della macchina della natura, necessità di energia per funzionare, cioè per la produzione di beni, servizi, attività domestiche, riscaldamento, illuminazione etc…

La creazione da parte dell’uomo di un habitat tecnologico artificiale più confortevole e mirato a obiettivi di incremento della qualità della propria vita ha cominciato ad alterare l’equilibrio delle risorse e della qualità del pianeta.

Questo però non vuole dire che per non sconvolgere l’equilibrio vitale del pianeta si debba necessariamente rinunciare al confort tecnologico o allo sviluppo umano che ha in così larga misura contribuito a migliorare i nostri standard di vita. Dobbiamo solo cercare di adottare opportune strategie di sviluppo della società umana compatibili con le risorse e con l’equilibrio vitale del pianeta.

Una “ricetta” potrebbe essere quella di intraprendere la via delle fonti rinnovabili. Questa scelta non sottintende soltanto un bisogno “ambientale”, di salvaguardare il pianeta abbandonando quelle fonti ad alta pericolosità ambientale come i cosiddetti combustibili fossili (quali il petrolio ed il carbone, ma anche il gas metano ed altri derivati), ma anche l’unica vera scelta strategica energetica per assicurare lo sviluppo della società umana.Quanto dureranno le riserve di petrolio? Secondo la ExxonMobil, la maggiore compagnia petrolifera, i giacimenti petroliferi sono sufficienti, ai ritmi attuali, per la fornitura di petrolio fino al 2050.Secondo la BP Amoco, la seconda compagnia petrolifera, i giacimenti accertati sono, sempre ai ritmi di consumo attuali, sufficienti fino al 2044.
Le correnti di pensiero sono due: gli ottimisti e i pessimisti. Tra i primi vi è una task force scientifica dell'U.S. Geological Survey che, dopo uno studio durato cinque anni, ha concluso che il mondo ha riserve sufficienti per circa 80 anni ai ritmi di consumi attuali, circa due mila e trecento miliardi di barili, (313 miliardi di tonnellate) anche se gran parte di esse devono essere ancora scoperte. Tra i secondi, invece, ci sono i geologi del King Hubbert Center della Colorado School of Mines che ritengono che la produzione dell'oro nero toccherà il suo picco in questo decennio con 85 milioni di barili al giorno per poi scendere drammaticamente a 35 milioni nel 2020. Una previsione che molti altri esperti ritengono errata. Un consulente governativo americano, Daniel Yergin, ha dichiarato al Los Angeles Times «ormai da oltre un secolo ci sono predizioni catastrofiche sull'esaurimento delle riserve petrolifere, ma in realtà l'unica cosa sicura è che il petrolio è una risorsa finita. Non sappiamo, però, quanto ce ne sia ancora nelle viscere del pianeta».Secondo Thomas S. Ahlbrandt della Geological Survey sono stati consumati circa 710 miliardi di barili di petrolio. «Le analisi», dice Ahlbrandt, «dimostrano che ce ne sono ancora 891 miliardi sicuri più altri 688 probabili. Senza contare che ulteriori ricerche potranno portare a scoprire altri 731 miliardi di barili». Altri, però, sottolineano alcuni segnali negativi. Innanzi tutto le riserve dei paesi arabi sarebbero state sovrastimate. Poi molti giacimenti sarebbero troppo costosi da sfruttare perché situati in zone proibitive. Colin J. Campbell, un esperto che vive in Irlanda, ritiene ad esempio che le nuove scoperte daranno un massimo di 100 miliardi di barili sufficienti solo per tre o quattro anni. Infine, altri rilevano che se le multinazionali stanno iniziando prospezioni in aree come i bacini oceanici, l'Artico e l'Antartico, qualche motivo ci sarà: cioè le famose riserve delle zone temperate non esisterebbero affatto.Senza schierarsi con l’una o con l’altra corrente si possono, comunque, fare alcune considerazioni: è vero che negli anni '70 i catastrofisti davano per imminente l'esaurimento dei giacimenti petroliferi collocando l'esaurimento dei giacimenti per il primo decennio del nuovo secolo ed invece nel 2003 la domanda è ancora inferiore all'offerta di petrolio, rimane però il fatto che il petrolio è una fonte esauribile e calcolare quando finirà è un esercizio fondamentalmente sbagliato nel concetto: anche se per assurdo fosse sufficiente per soddisfare la domanda a costi contenuti per altri 100 o 200 anni non giustifica il fatto che si possa farlo con leggerezza considerando che in meno di 200-300 anni avremmo comunque esaurito una preziosa risorsa che non sarà più riproducibile.E le altre fonti non rinnovabili?Al di là dei combustibili fossili che hanno garantito lo sviluppo fino ad ora, l’altra fonte energetica che garantirebbe nell’immediato la copertura del fabbisogno energetico mondiale è il nucleare da fissione. Ma -come è noto- tale nucleare, pur se non inquina molto, ha dei problemi seri da affrontare: scorie radioattive a grande vita media, problemi relativi al sempre possibile errore umano, sicurezza dei siti da attacchi terroristici e -da ultimo- un aspetto ancora non molto noto: le riserve di Uranio (il materiale utilizzato per produrre l'energia nucleare) non sono infinite ed anzi hanno una scadenza..Secondo un rapporto elaborato dall'agenzia dell'OCSE per l'energia nucleare (AEN) e dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), pubblicato nel 1999, si stima che la quantità di uranio disponibile sul pianeta ammonti a 4 milioni di tonnellate (www.nea.fr, www.francenuc.org). Nel 1998, nel mondo, il consumo annuale d’uranio delle centrali nucleari è stato valutato pari a circa 60.000 tonnellate. A questo ritmo l'uranio sarà esaurito prima della conclusione di questo secolo. L’unica alternativa, che rimarrebbe a questa soluzione, è quella della fusione termonucleare che è ancora molto al di là da venire e tale rimarrà -presumibilmente- per molti anni.Ecco quindi che si pone una domanda: quale energia per un futuro sostenibile e che cioè si preoccupi dell'ambiente ma anche dello sviluppo della società?Per il momento l'unica risposta concreta, pratica e programmatica è: le fonti rinnovabili.Ecco quindi che le rinnovabili non saranno più solo energie pulite, "verdi", ma rappresenteranno l'unica scelta energetica a lungo periodo praticabile in tempi brevi quando le altre fonti non rinnovabili saranno esaurite.È inutile quindi porre in essere politiche energetiche che spostandosi da un combustibile fossile all’altro cerchino di rimanere a galla quanto più possibile, bisognerebbe investire subito nella ricerca nel settore delle fonti rinnovabili, che rappresentano l’unica strada percorribile a lungo termine e che dovrebbero in breve tempo acquisire competitività ed efficienza, solo così, infatti, le fonti rinnovabili diventeranno fonti a basso costo capaci di giocare un ruolo di primo piano nello sviluppo. Va ricordato, infatti, che la chiave per lo sviluppo è, piaccia oppure no, la disponibilità d’energia a basso costo e che tale disponibilità oggi è resa possibile solo ricorrendo alle fonti tradizionali. Questo non esclude che in futuro le cose possano e come abbiamo detto dovrebbero necessariamente cambiare tenendo conto che se consideriamo appunto l’efficienza energetica come energia a basso costo, anche i combustibili fossili a breve non saranno più competitivi. Ad esempio, anche se non volessimo sapere quando finiranno le scorte del petrolio convenzionale (quello a buon mercato) dovremmo chiederci, però, quando la produzione comincerà ad assottigliarsi, perché l’ultimo barile di petrolio è molto più difficile da estrarre e più costoso del primo, quindi o diminuisce la domanda o salgono i prezzi, come a dire che termina il petrolio a buon mercato.E poi va anche considerato che in realtà il prezzo delle energie rinnovabili è più alto perché integra in se l’efficienza ambientale quel costo sociale cioè (l'inquinamento ambientale produce una diminuzione di benessere per gli agenti che involontariamente sono esposti ad esso; l’inquinamento genera cioè quella che viene chiamata “esternalità” che a sua volta genera un costo sociale come ad esempio la bonifica a seguito dell’inquinamento di un sito) che dovrebbe essere aggiunto al costo dei combustibili fossili e che invece non viene considerato. In tutti i casi, nei costi dell’energia ottenuta dai combustibili fossili, manca il computo dell’impatto ambientale della combustione, cioè il prezzo di questo tipo di energia è più basso del suo costo sociale (ecco perché si è arrivati alla carbon tax che consente di consumare meno: il carbone raggiunge il suo picco di produzione nel 1996 e poi cala, visto che comincia a costare troppo). L’elettricità ottenuta per via eolica comprende il costo delle turbine e della distribuzione e non ci sono costi sociali, mentre il costo di quella ottenuta con il carbone comprende solo l’estrazione, la distribuzione, senza i costi sociali che ne derivano.L’importante è comunque iniziare seriamente ad investire in ricerca e sviluppo nel campo delle rinnovabili perché se veramente le previsioni più recenti si rivelassero valide ci troveremmo di fronte a una sostanziale scarsità di petrolio e combustibili fossili in assenza di alternative «mature» per sostituirli. Se invece possedessimo alternative mature ed efficienti rispetto alle fonti non rinnovabili non ci sarebbe tanta preoccupazione sui dati allarmanti riguardo all’esaurimento dei combustibili fossili.Passare dai combustibili fossili al nucleare o alle fonti rinnovabili non rappresenterebbe un salto nel buio; non sarebbe la prima volta, infatti, che l’umanità si troverebbe a passare da una sorgente energetica ad un’altra. È avvenuto per la legna che ha lasciato il passo al carbone, è avvenuto per il carbone che ha lasciato il passo al petrolio, sta tuttora avvenendo per il petrolio che sta progressivamente lasciando il passo al gas naturale. L’età della pietra non è finita perché si esaurirono le pietre.In effetti, quando siamo passati dal legno al carbone, non è stato perché il legno era esaurito. Quando siamo passati dal carbone al petrolio, non è stato perché il carbone era esaurito. In entrambi i casi, il passaggio è avvenuto perché si erano rese disponibili soluzioni tecnologiche piú pratiche e meno costose di quelle esistenti. Investire in fonti rinnovabili ha un vantaggio rispetto ad investire in petrolio, non si esauriscono. Senza percorrere ipotesi fantascientifiche, (1) è possibile un futuro incentrato su rinnovabili, risparmio e migliore efficienza energetica. In effetti, a breve termine non si può ipotizzare che l’intero fabbisogno energetico di un paese sviluppato come ad esempio l’Italia possa essere coperto dalle fonti rinnovabili ma si potrebbe adottare una politica basata su un decentramento energetico:eolico (Danimarca al 15%), celle a combustibile, fotovoltaico (specie per le utenze isolate), geotermia (Italia al 2%, Nicaragua e Filippine a oltre il 26%).


a cura di : Dario Giardi *


* Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio.(1) I pannelli solari terrestri sono dispositivi di raccolta energetica dalle capacità intrinsecamente limitate per due motivi: l’assenza di luce solare diretta nelle ore notturne e l’interferenza atmosferica delle condizioni climatiche. Il programma Nasa Space Solar Power, ora abbandonato, avrebbe aggirato tali ostacoli mediante il lancio di satelliti in grado di raccogliere le radiazioni solari e ritrasmetterle sulla Terra. Un sistema che avrebbe garantito abbastanza gigawatt di elettricità da alimentare decine di migliaia di abitazioni. Tale sistema non sarebbe altro che una rivisitazione delle “Sfere di Dayson”.La Sfera di Dyson (o guscio di Dyson) è stata originariamente proposta nel 1959 dall'astronomo Freeman Dyson in "Search for Artificial Stellar Sources of Infrared Radiation" (Ricerca di Sorgenti Stellari Artificiali nella Radiazione Infrarossa) sulla rivista Science, e presentata come una possibile maniera per una civiltà avanzata di utilizzare tutta l'energia irradiata dal proprio sole. Una Sfera di Dyson è una sfera di origine artificiale e di raggio pari a quello di un'orbita planetaria. La sfera consisterebbe di un guscio di collettori solari o di habitat posti attorno alla stella, sicché tutta l'energia emessa dalla stella (o quanto meno una significativa porzione di tale energia) colpirebbe una superficie ricevente sulla quale l'energia stessa verrebbe infine utilizzata.

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