Riduzione delle scorte e rischio terrorismo spingono verso altre soluzioni
Solamente le fonti rinnovabili garantiscono durata illimitata
Quando, in un perfetto esempio di serendipity, come direbbero gli inglesi, per puro caso il fisico francese Becquerel scopri nel 1896 il fenomeno della radioattività, difficilmente avrebbe potuto immaginare che le sue applicazioni avrebbero cambiato la nostra visione del mondo e il modo di fare la guerra. Nel giro di soli 49 anni ne derivò il più potente ordigno di distruzione mai concepito dall’uomo: la bomba atomica. Nel periodo tra quelle due fatidiche date, lo sforzo di chimici, fisici e matematici permise di comprendere fin nei più minuti dettagli la realtà più intima della materia, la sua costituzione elementare, le forze che la plasmano, cambiando nel contempo anche la visione del mondo, grazie alla rivoluzionaria teoria quantistica (che ancora oggi lascia filosoficamente perplesse molte persone, assai più della Relatività di Einstein).Il passo essenziale verso la Bomba fu la scoperta della fissione, avvenuta nel 1938 ad opera di scienziati che operavano nella Germania nazista. Si era allora alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Nella fissione, se colpiamo con delle particelle opportune (i neutroni) i nuclei di certi atomi, questi possono spaccarsi, liberando grandi quantità di energia, centinaia di milioni di volte più elevate di quelle emesse nella più potente reazione chimica (un chilo di uranio del tipo 235, che si presenta come un pezzo di metallo grande circa come un pacchetto di sigarette, può emettere tanta energia quanto la combustione di dieci carri ferroviari di carbone).Questa scoperta aprì la strada alla realizzazione al nuovo tipo di bomba. Per impedire che questo ordigno potesse diventare appannaggio di Hitler, gli americani intrapresero un titanico sforzo scientifico-industriale (noto come progetto Manhattan) che culminò con la distruzione di Hiroshima e Nagasaki.
Al conflitto mondiale seguì la Guerra Fredda, nella quale USA e URSS produssero un numero sovrabbondante di bombe nucleari (varie decine di migliaia di ordigni ciascuno). Contemporaneamente venivano realizzati sistemi nucleari di propulsione navale ed è proprio da questi reattori che derivarono in maniera diretta le centrali nucleari civili per la produzione di elettricità (la prima fu inaugurata nel 1954 in URSS nella località di Obninsk). Si noti che solo il fatto che tutte le spese di ricerca e sviluppo fossero già state coperte con fondi militari rese possibile costruire questi impianti civili, che altrimenti sarebbero costati uno sproposito e mai avrebbero visto la luce.Gli anni successivi furono caratterizzati, all’est come all’ovest, da una fase di “entusiasmo nucleare”, in cui i propugnatori dell’atomo videro in esso la fonte energetica ideale, capace di risolvere molti problemi dell’umanità.

Fino alla fine degli anni ‘80 il numero di impianti nucleari crebbe rapidamente, per poi rimanere pressoché stazionario a seguito del calo del prezzo del petrolio in termini reali, per la praticità di realizzare centrali a gas e anche per la grande impressione destata nell’opinione pubblica dal disastro di Chernobyl del 1986.Un anno dopo, sull’ondata emotiva dell’incidente, si tenne in Italia un referendum che sancì il nostro abbandono dell’atomo. In anni recenti vari esponenti politici e scientifici hanno riproposto il nucleare come fonte utile a fronteggiare le esigenze della nostra società, senza aggravare le emissioni di anidride carbonica in atmosfera, come richiesto da Kyoto.Ricordiamo qui i principali punti a favore e contro un ipotetico ritorno a questa fonte. Tra gli aspetti positivi c’è senza dubbio da ricordare la piccola quantità di combustibile nucleare necessario per far funzionare una centrale e la presenza sul mercato internazionale di diversi fornitori affidabili di uranio (il combustibile dei reattori), ciò che rende possibile per i paesi utilizzatori avere ingenti scorte ed essere meno vulnerabili a cartelli, sommovimenti politici, ecc.Il combustibile è oltretutto piuttosto economico, incidendo percentualmente poco sul costo finale dell’energia prodotta, che risulta concorrenziale con quella generata da altre fonti. L’esperienza maturata sinora con gli oltre 400 reattori in attività nel mondo, pochi dei quali hanno presentato incidenti dalle gravi conseguenze sulla popolazione, permette di affermare che si tratta di una tecnologia relativamente sicura.Restando le cose come oggi, la durata delle riserve di uranio è tale che i reattori potranno venire alimentati per un periodo di almeno 50 anni. Questa durata potrebbe poi crescere notevolmente se si intraprendesse la strada (tecnicamente, ma soprattutto politicamente ardua) della autofertilizzazione, che renderebbe utilizzabile quella gran parte dell’uranio (l’isotopo 238) che non viene impiegato nei reattori attuali. Il nucleare presenta però anche tutta una serie di punti deboli, tra i quali la durata lunghissima dei frammenti di fissione fortemente radioattivi presenti nel combustibile irraggiato.Sostanze assai pericolose, le cui quantità non sono per fortuna enormi, devono essere tenute isolate dalla biosfera per decine di migliaia di anni. Un problema tecnico che resta gigantesco, sebbene si possano nutrire speranze che una soluzione soddisfacente sia raggiungibile.Poco chiari sono inoltre i costi del cosiddetto decommissioning, il processo di messa in sicurezza e smantellamento dell’impianto alla fine della sua vita utile, che implicano operazioni delicate. Costi senz’altro rilevanti che potrebbero portare a un considerevole aumento del costo dell’elettricità prodotta, se si volesse includerli nel prezzo del chilowattora anziché esternalizzarli.Nell’attuale clima di rischio terroristico (reale o presunto) è poi chiaro che la presenza su di un territorio di un impianto in cui sono presenti in quantità sostanze assai pericolose risulta di difficile accettazione da parte della popolazione locale, rispetto ad un altro impianto che al massimo potrebbe venir sabotato o distrutto ma senza produrre un inquinamento pesante e duraturo di ampie aree. Un difetto intrinseco delle centrali nucleari, così come sono progettate oggigiorno, è la loro taglia, in generale piuttosto grossa, vicina al gigawatt.Questa concentrazione della produzione energetica crea la necessità di mantenere (o creare, nel caso di paesi in via di sviluppo) costose reti di distribuzione e inoltre rafforza un processo piuttosto negativo da un punto di vista sociale, quello di deresponsabilizzazione delle comunità e degli individui, che si preoccupano dell’energia solo nel caso in cui un impianto interessi direttamente il loro territorio, altrimenti consumando in modo spesso irresponsabile, con la sola preoccupazione del “peso” della bolletta e invece un totale disinteresse nei confronti dei problemi ambientali, sociali, macroeconomici e di relazioni internazionali (guerre per l’energia).Le durata inferiore al secolo delle riserve di uranio (nel caso dell’impiego esclusivo dei reattori attuali) non appare poi così significativa e strategicamente risolutiva, dovendosi in ogni caso ricorrere nel giro di un paio di generazioni ad ulteriori fonti energetiche, specie quelle rinnovabili, che sole danno la garanzia di una durata illimitata.Quindi tanto varrebbe impegnarsi a fondo ora, con uno sforzo concentrato, per svilupparle e implementarle. Ma il problema più spinoso da affrontare nel caso della scelta energetica nucleare è quello delle prospettive di proliferazione nucleare militare.

Le conoscenze, ma soprattutto le tecnologie relative al ciclo del combustibile nucleare (arricchimento dell’uranio e riprocessamento del combustibile irraggiato) si prestano ad una facile ed immediata diversione a fini bellici. In particolare, se un impianto di arricchimento dell’uranio per l’impiego nei reattori ad acqua leggera (cioè fino a valori di circa il 4 %) impiegasse un tempo t per raggiungere il suo scopo, per aumentare la percentuale di uranio 235 sino ai livelli necessari per le bombe nucleari (circa 95%) esso dovrebbe essere fatto funzionare solo per un limitato tempo extra (nel nostro esempio 1,5 t).
Ecco spiegata l’enfasi con cui attualmente i paesi occidentali cercano di impedire all’Iran di realizzare un proprio impianto di arricchimento a fini civili; ci vuole solo una decisione politica perché da quell’impianto possa uscirne un giorno il materiale per realizzare una bomba atomica del tipo di quella di Hiroshima (il cui assemblaggio, ricordiamolo,è un gioco da ragazzi).Se non si desidera vedere il mondo riempirsi di nazioni dotate di bombe atomiche, la strada quasi obbligata è quella di rinunciare all’opzione energetica nucleare, per quanto questo possa risultare spiacevole per chi ritiene che questa fonte sia un utile strumento di sviluppo.
A nostro parere, soppesati i pro e i contro, e in una prospettiva di modello di sviluppo a misura d’uomo, quanto più possibile in equilibrio con l’ambiente che ci circonda, attento ai bisogni delle nazioni povere, sarebbe il momento di avviare a livello internazionale una specie di “Progetto Manhattan” sulle energie rinnovabili e sull’efficienza, ponendosi una volta per tutte sul binario di un sistema energetico di durata indefinita, non concentrato, “soft” piuttosto che “hard”.Sono indispensabili forti investimenti, capacità di progettazione tecnica, ma soprattutto condivisione di un ideale, leadership, una visione capace di delineare un futuro migliore.
Utopia?
Forse no, se guardiamo agli sviluppi dell’ultimo decennio in paesi europei come la Germania, ma non solo.
tratto da : mirco elena